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MANIFESTAZIONI

“Ogni cosa non è altro che il limite della fiamma alla quale essa deve la propria esistenza.”
Rodin

Manifestazione.
La sospensione di attribuzione di senso provoca il tragico epifanico della materia, del suo esistere non condizionato, del suo essere in quanto tale. L’opera d’arte è “manifesta azione”.

Così su di me Gianfranco Romagnoli, scultore e amico:
PHYSIS: Il dischiudersi, il portare alla luce dell’Essere

E’ il fenomeno originario dell’Essere, il suo raccogliersi nella singolarità e nell’identità della Cosa, ciò che guida il più autentico interrogarsi dell’arte.
Non una rappresentazione del soggetto, non una descrizione esteriore dell’intelletto, ma l’apertura di un luogo dove l’evento del farsi Cosa dell’Essere possa accadere e persistere raccolto in ‘Opera’.
Perché ‘Opera’ allora e non semplice cosa?
Perché la Filosofia? Perché l’Arte se questo dischiudersi dell’essere nella molteplicità delle cose fosse di per sé evidente?
Opera contiene in sé l’operare per, l’azione tesa non a creare un simulacro dell’essere, ma a rendere possibile il fenomeno nel suo farsi cosa, e l’operare artistico di ciò è Poiesis e non come ‘un dare alla luce’, ma in quanto si porta in vista, nel suo fare Spazio, del luogo in cui ‘qualcosa’ può venire alla luce rendersi e-veniente, darsi cioè come ‘Evento’.
A tale Evento lo stesso fare artistico autentico sa di appartenere.
In questo territorio si muove e prende forma la ricerca di artisti come Andrea.

Una ricerca che unisce alle domande capitali dell’arte contemporanea, che egli condivide con i Burri i Tàpies i Rothko… e l’intera esperienza dell’Informale, quelle della ‘filosofia delle origini’: Anassimandro, Empedocle, ma primo fra tutti Eraclito:

‘Congiungimenti: intero e non intero, concorde discorde, armonico disarmonico, e da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose’…

‘Il Dio è giorno-notte, inverno-estate, guerra-pace, sazietà-fame. E muta come il fuoco, quando si mischia ai fumi odorosi, prende nome dall’aroma di essi.’

Andrea interroga l’identità delle cose portando alla luce il loro stesso esser diverse e opposte, quel diversificarsi e opporsi le une alle altre, da cui emerge l’Essere della Differenza. Il ‘Pòlemos’ eracliteo,(la guerra irriducibile),l’identità del diverso, essenza delle unità del molteplice e della sua effettività non metafisica, vengono assunti così nell’operare artistico di Andrea come fondamenti del suo agire compositivo.

‘L’opposto in accordo e dai discordi bellissima armonia…tutto avviene secondo Contesa…’ (Eraclito)

Tela-pagine-colla-bitume-acqua-ferro-ruggine-aria-fuoco,riportati alle dimensioni di elementi primari attraverso un processo di sterilizzazione semantica, sono composti nelle loro opposizioni interne in modo che il dispiego del potenziale fenomenico possa generare ‘Qualcosa’…
Non si è in presenza di un’intenzione soggettiva, della rappresentazione di un processo, ma di un processo fenomenico, raccolto e guidato a prodursi, in una ‘Cosa in Opera’.
La sterilizzazione degli elementi è ottenuta attraverso un percorso a ritroso di decontestualizzazione degli stessi dal senso e dall’uso comune che ne fa semplici strumenti, materiali d’uso. La pagina, le foto di Poe, il chiodo, la tela vengono così, restituiti alla loro natura di elementi primari irriducibili ad altro. Comporli allora è sapiente ricerca dell’equilibrio oppositivo, ricerca sperimentale di quella tensione determinata dall’obbligarli alla compresenza e alla convivenza in uno stesso luogo, comporli è un fare spazio che lascia emergere la ‘Differenza’ come Essenza della composizione.
Una dialettica, che nasce dal dispiego del portato fenomenico e formale degli stessi elementi, fatta di: Attrazione-Compressione-Repulsione-Differenza.
Gli elementi primari nel modo in cui vengono composti dall’artista non sono materiali simbolici, non sono strumenti di un linguaggio metaforico, non parlano, e soprattutto non parlano d’altro. Il loro prodursi è solo segno, manifestazione morfocromatica, ed in ciò l’opera di Andrea prende le distanze dall’Informale esistenziale di Tàpies, per dialogare molto più sintonicamente con l’esperienza artistica di Burri.
Ma gli elementi non ritrovano da soli la loro potenza primaria,  e tantomeno da soli ne dispiegano l’essenza in segno. La Tela è un luogo tragico ove si consuma una violenza, un ‘Pòlemos’, una guerra, che ha inizio già da quando Andrea obbliga ogni elemento primario nella sua irriducibilità all’altro a convivere, una sorta di attrazione forzata in uno stesso luogo dove l’organizzazione verticale dello Spazio-tela, la sua compressione laterale, claustrofobica, obbliga la composizione a manifestare la propria tensione repulsiva verso l’alto o il basso. Ma comporre gli elementi primari non è sufficiente affinché l’essere si produca in forma.
Andrea sa perfettamente che il venire alla forma tende ad irrigidirsi, a trasformarsi in apparenza in un involucro estetico, ove l’effetto concreto, diventa schermante. E così l’individualità della Cosa posta in Opera, finisce per coprire e poi smarrire dietro di sé la potenza dell’Uno:

‘L’intima natura delle cose ama nascondersi’ (Eraclito)

Se allora la colla è il cemento che obbliga gli elementi alla compresenza nello spazio-tela, il Bitume è l’elemento che mette in risalto la repulsione, la Differenza. Esso che tutto potrebbe oscurare, immesso invece nella composizione come una sorta di graffite di liquido di contrasto e lasciato colare negli interstizi aperti dal non essere l’altro dei singoli elementi, si rivela come un potente evidenziatore della repulsione, della tensione eccentrica e centrifuga.
Il bitume non copre, il bitume evidenzia.
Ma l’esaltazione delle tensioni potrebbe farsi esotermica e incontrollabile mettendo a repentaglio l’unità dell’intero processo.

Il rischio della disintegrazione dell’unità si fa così troppo presente e non è questo, o perlomeno non lo è ancora, ciò che ricerca Andrea.
Ecco allora che qui, a riportare l’equilibrio in questo conflitto entropico interviene qualcosa di sorprendente, e proprio perché massimamente ossimorico: “Il Fuoco”.
Il Fuoco che tutto potrebbe distruggere è lasciato invece agire come Kosmos, come forza che riporta equilibrio nell’opposizione, sciogliendo eccessi di compressione e tensione dovuti ad accumuli di presenza dei singoli elementi, scioglie e riaggrega la Differenza agendo come Logos…
E TUTTO SI TRASMETTE MAGICAMENTE IN EQUILIBRIO E VIVIDAMENTE VIVE

“…e muta come il Fuoco quando si mischia agli elementi e ridà forma ad ognuno di essi e al loro stare”…

Dov’è, e soprattutto chi è l’artista in tutto ciò?
Riesco solo a pensare al coraggio di portarsi a stare in quell’Aperto ‘Apeiron’ ove l’Essere possa essere ancora, anche per un attimo infinitesimale: PHYSIS.
Pico

” ho scelto materiali poveri per dimostrare che possono essere ancora utili. La povertà del materiale non è un simbolo: è un pretesto per dipingere.”
A.Burri

 

VALUTAZIONE

VALUTAZIONE = “voluta” azione

Azione voluta tesa alla riorganizzazione dello spazio. La materia viene impressa sull’organizzazione geometrica. Impronte. Il quadro come misura della materializzazione fenomenica. Non si tratta di calcoli di sezione aurea, ma di semplici distinguibili “campi” d’azione, porzioni valutabili nella loro primaria e necessaria estrinsecazione ma allo stesso tempo unite nelle loro possibili relazioni dicotomiche o plurime di intrinseco valore.

Ancora una volta nel mio incedere la quantità fa tessuto alla qualità.

Caotica presa d’atto.
Nessuna progressiva materializzazione nell’ordine ma pienezza e unicità di presenza.
Nessuna progressiva lettura… atti unici di un unico spettacolo. Manifestazione pubblica dell’evento formato… unica concentrazione…
… unica concertazione.

… l’artista il direttore la materia gli strumenti protagonisti.

 

FUOCHI PER LA NOTTE

Fuochi per la notte
di Gabriele Tinti

Giovanni Ghiandoni ed Andrea Franceschini operano su linguaggi differenti ma con una sorprendente analogia di metodo e d’umore.
Entrambi, difatti, credono nella materia con i suoi spessori, la sua fisicità, il suo esserci così in evidenza. Entrambi, è chiaro, credono che sia necessario ripartire da questa per poter fondare quel qualcosa d’altro che basti alla vita. Si servono – nei loro rispetti lavori – non a caso della materia determinata dall’azione del fuoco. Sono – i loro rispettivi lavori – fuochi per la notte, omaggi e riflessioni su tutto ciò che è oscuro, enigmatico, su tutto ciò che non si controlla e che difficilmente si comprende, su ciò che fa paura davvero.

Giovanni si serve della materia combusta per complicare la visione, per aggiungere e amplificare – fedele com’è all’idea di un procedere per accumulo – il referente colto ed estratto dal flusso del reale esperito. Un’immagine – quella da lui ogni volta scelta – che ha l’obiettivo di raggiungere la temperatura alta ed emozionale del simbolo. Per un senso dell’esprimere che possa finalmente rendere partecipi delle zone d’ombra presenti.

Anche Andrea crede nell’accumulo. Come crede nel nascondimento e nella problematizzazione dell’immagine. Per questo opera nella materia, letteralmente al di dentro anche se con piglio concettoso ed originale. Un lavoro il suo che trae l’attivante dall’utilizzazione di ciò che è abituale e di ciò che è attorno, per una ristrutturazione fabbrile selvaggia e al contempo d’ispirazione densamente utopica del dato reale. Un’operazione di mitologia individuale dunque la sua, come atto di ricerca della propria identità e di un presentarsi civile alla differenza.

 

SEGNI PARTICOLARI? UOMO

Segni particolari? Uomo

Il tuo lavoro è…? …capace di farmi sentire vivo

Il tuo materiale? Tutto ciò che riesce a suscitare in me pittura

Il sonno o la veglia? La veglia come attenzione continua

Cosa ascolti? Tutto ciò che è capace di produrre in me uno shock sia qualitativo sia quantitativo, sia la musica che il rumore

I tuoi confini? Se per confini si intendono i limiti ai quali tendo, allora sono molti, ma molteplici sono anche gli sconfinamenti….come il respiro che permette la vita, fatto di continue contrazioni e dilatazioni.

 

IL FUOCO NELL’ARTE CONTEPORANEA

PREMESSA

Quello del fuoco è stato un tema dibattuto da sempre, sin da quando si è tentato di definire l’uomo. Lo accompagna sia per “utilità” che per “diletto”. La sua efficacia è ampiamente dimostrata dai tentativi di dominarlo.
E’ AMBIGUO e affascina l’uomo, offrendo quello “scarto produttivo” utile ad una riappropriazione attiva del sapere, che non si adagi cioè sulle rassicuranti e facili standardizzazioni di metodo. DIS-ABITUARE dalle abitudini certe: ci sembra di conoscere ma in realtà siamo semplicemente sottoposti alle abitudini del RI-CONOSCERE.
Il fuoco produce nella sua valenza plurima e ambigua, nella sua capacità di mettersi in evidenza e di essere latente, quell’innesco di emozioni e conoscenze che la cultura nasconde in semplici teorie. Non si può prescindere in altre parole dal carattere fenomenico della sperimentazione attiva.
Bachelard nella sua “intuizione dell’istante parla di “coraggio” e di “sincerità”; di scelte individuali e di sperimentazioni continue: una personale presa d’atto del “quotidiano”, votata al concetto di POSSIBILITA’ del DISCONTINUO. Possibilità tutte contenute nell’affermazione del fuoco.

PERCHE’?

Premettendo questo il perché del fuoco come scelta, dovrebbe essere chiaro. Ho voluto sperimentarlo per “comprenderlo”. Ho lasciato che agisse ma ho tentato anche di dominarlo, mi ha “affascinato” ed ho voluto mostrare il suo fascino ambiguo.
Ho cercato un modo di fare arte che non si fermasse alle “evidenze prime” facilmente standardizzabili. E’ l’individuazione del COMPLESSO DI PROMETEO, messo in luce nella psicoanalisi del fuoco che spinge a valicare i divieti culturalmente imposti per una conoscenza più reale. Una investigazione, quella del fuoco, che non è sufficiente se considerata solo teoricamente.
Sperimento per conoscerlo e non lo rappresento una volta riconosciuto.

Tentare di dominarlo fu la necessità per KLEIN. Il fuoco contraddice se stesso, dunque è principio universale. La simbiosi tra colore monocromo e il fuoco può essere considerata come rappresentazione dei tentativi di incorporare in forme oggettive il significato soggettivo dell’ispirazione umana. Il fuoco come tentativo di “concretizzare” l’ispirazione umana come forza artistica.
Con i disegni di fuoco l’idea era di commisurare gli elementi (naturali) trattando le superfici con l’acqua prima di compiere le bruciature. Il fuoco con l’azione dell’acqua non intacca completamente le superfici. Come le Antropometrie sono traccia di sentimento umano sul vuoto. Un tentativo di “umanizzare” il fuoco.

Viene invece trattato tecnicamente da BURRI. Alchemicamente ne mostra gli effetti atti alla rivalutazione delle potenzialità della materia. Al contrario di Klein, Burri non si preoccupa tanto del “vuoto”, ma della superficie.
L’utilizzo del fuoco non è mai fine a se stesso. Le combustioni e le continue sperimentazioni lo legano indissolubilmente alla materia. Burri indaga la realtà in senso tutto fenomenico: una concentrazione concreta, nessuna dilatazione spaziale nel concetto di rappresentazione. E’ un dato “puramente concreto. Una sperimentazione più che la propria presenza di individuo, le possibilità concrete della materia: non un “altrove” vagheggiato da Klein, che per il suo interesse per il vuoto è spinto al “volo”, ma un “qui” come base di ricostruzione del mondo.

Oltre che di Prometeo, si può parlare di un altro complesso messo in luce da Bachelard, quello di EMPEDOCLE che si sacrifica al fuoco come atto di coraggio e non di vigliaccheria nei confronti del mondo. La materia si sacrifica al fuoco come atto di “riconoscenza” e di fiducia al mondo: un rito di ascesi per Klein ed una affermazione di realtà per Burri. Quello di Klein è un fuoco che dilata; quello di Burri che consuma e costringe. Sensibilità diverse, utilizzi diversi ma entrambi dimostrano la loro ADERENZA ALLA REALTA’; Klein con le impronte e Burri, attaccato alla propria terra, e alla propria materialità, costruisce una nuova realtà. Il fuoco come “rituale” nel primo caso ed un fuoco come “strumento” nel secondo.

Ad entrambi è applicabile un terzo complesso, quello di NOVALIS per far fronte alle “debolezze delle spiegazioni razionali”.

JUNG parla di rivalutazione del concetto di “preistoria”: l’uomo primitivo vede il pensare come un “sognare concentrato” mentre l’uomo moderno vede il sognare come un “pensare allentato”. Viene messa in luce il fatto di rivivere la condizione primigenia. La fenomenologia primitiva mette in luce l’ “affettività”: è il SENTIRE prima ancora che il VEDERE.

Il fuoco per le sue qualità usato da Klein e per le quantità da Burri. Su questa dicotomia tra qualità e quantità si innesta anche il discorso di KOUNELLIS. La tensione drammatica ed esistenziale del suo lavoro è sempre investita su questo duplice aspetto, e come anche per gli altri due prende corpo nello spazio. Una traccia senza peso per Klein, un equilibrio cromatico pittorico per Burri ed un gioco di pesi e misure per Kounellis.
Burri considera le qualità intrinseche, Kounellis le qualità estrinsecate di materiali che significano e hanno avuto una precedente significazione dal luogo di origine. Kounellis è esponente di quell’arte povera che consegna al mondo oggetti pieni di significato, Burri lascia che la materia si autosignifichi. Entrambi lavorano sul concetto di “forma nuova”, mentre Klein, per quanto sperimenti concretamente, tende a liberare la forma nello spazio. “Concentrazione” per i primi due, “dilatazione” per Klein.

Concentrazione e dilatazione che rientrano nel discorso dell’ “umanizzazione” della fiamma. Lo testimonia lo scritto di Levi-Strauss che concentrando i suoi studi antropologici su di una lettura trasversale del mito individua i due caratteri, maschile e femminile, che di volta in volta vengono attestati alla fiamma e che innalzano il suo valore, nell’ambiguità di senso, e fanno parlare di ENTITA’ ANDROGINA che rispecchia tra l’altro l’assoluto alchemico: avvolgente e femminile come il “calore” dell’utero materno dove il calore rispecchia la sensorialità fenomenica (esperienza materiale del tatto);sprigionato e maschile visibile nella combustione della materia, in superficie e quindi legata sensorialmente sia alla vista che all’olfatto.
La materia cambia, si modifica per azione della fiamma, muore per poi rinascere come “forma nuova”. Una RIGENERAZIONE CONTINUA che oltre al campo materiale dell’azione della fiamma produce una rivalutazione del ricordo per chi si pone di fronte all’evento consumato. VITA-MORTE e ancora VITA. Dunque anche il concetto di IMMORTALITA’ non va visto come continuità di vita, bensì come di discontinuità di vita e morte.
Un fuoco ancora una volta ambiguo, sospeso tra vita e morte, tra materialismo e nuova spiritualità, tra quantità “rigenerate” e qualità “rigeneranti”.
Concentrazione e dilatazione, qualità e quantità, spirituale e materiale, tra il concetto e il fenomeno che conducono la mia analisi su NUNZIO. Uno scultore con sensibilità più spiccatamente pittorica.
Inizialmente non gli interessa il volume che si dilata nello spazio, ma la plasticità contratta sulla superficie della materia considerata: o per azione del fuoco o per azione della luce, che altro non è che fuoco superficiale che mostra le evidenze della materia. Le sue sculture non tentano di dominare lo spazio, ma al contrario tentano di inserirsi in esso cercando di offrire una nuova visione.
Un utilizzo del fuoco il suo spiccatamente votato agli effetti qualitativi, che la fiamma produce sul materiale ligneo donandogli nuova vita; oltretutto affiancando un elemento come il piombo esalta le qualità pittoriche per contrasto tra un materiale concentrato come il legno ed uno dilatato come il piombo. L’opacità della combustione affiancata alle riflettenti curvature del piombo al contatto con la luce fenomenica. Dispone qualità sulle quantità, rigenerando la materia offerta ad una visione nella quale immergersi. Una sorta di porta alla conquista di nuovi spazi e non a caso in alcune sculture alcune parti siano ricoperte dal colore BLU: un omaggio alla concentrazione blu di Klein. Ma sono pur sempre spazi reali, porzioni di realtà, sculture realmente intendibili come porta e non usate semplicemente come tracce di un rimando metaforico.

Il fuoco tra lo “spirituale” e il “fisico”, tra IDEA e FENOMENO. Caratteristiche opposte ma inscindibili. Tra psicoanalisi e suo sviluppo materiale il fuoco è la rappresentazione e allo stesso tempo la presentazione dell’assoluto empirico. Unico assoluto per l’espressione delle potenzialità del reale quotidiano nel rispetto dell’ISOMORFISMO spazio temporale dell’istante concentrato.

Su questa presentazione istantanea della realtà si inserisce il lavoro di PLESSI, che usa il fuoco si metaforicamente legandolo al video per il concetto di energia, ma che ponendo il video come materiale tra gli altri materiali presenti in natura, e non come semplice strumento di comunicazione, coniuga due tendenze fino a quel momento opposte quali quelle naturali e quelle artificiali. Egli si definisce uno “sperimentatore di natura” tentando possibili relazioni significanti, sia materialmente sia metaforicamente. Non un concetto di MIMESIS RAPPRESENTATIVA bensì PRESENTAZIONI CONTINUE: non tenta la sostituzione della natura con l’artificio tecnologico, ma offre possibili altre visioni della realtà grazie alla realtà stessa, in una sperimentazione consapevole dove gli elementi interagiscono ma allo stesso tempo vivono per propria caratteristica. E’ una lotta che non produce vincitori, poiché se così fosse non si avrebbe più quel rapporto produttivo di cui parlavamo prima. Nessuna imposizione di senso, nessuna intenzione narrativa, ma flussi vitali continui. Non combatte per un fine (la sopraffazione) ma per il “piacere” di combattere.

COME?

La sperimentazione porta al confronto ed è per questo che ho messo a confronto il lavoro di questi artisti. E’ facile notare come il loro lavoro non possa prescindere dalle valenze ambigue, quantitative e qualitative del fuoco.

Ho scelto poi per me stesso l’informale, che per propria definizione non significa assenza di forma ma assenza di forme “precostituite”. Ho scelto una realtà non stereotipata, un modo di condurre il lavoro che dimostrasse la mia “affettività” e il mio grado di appartenenza a questa realtà. Sperimentazione e dunque tecnica che accompagni senza pregiudizio il mio sentimento.

Col tempo ho tentato di capire l’importanza che avesse l’ EQUILIBRIO nella composizione appunto perché ogni sperimentazione è legata all’idea di spazio ed è compiuta materialmente su di uno spazio.
Un’arte che è mossa dal mio intimo e che il fuoco nobilita e consegna al mondo: relazioni di materia latenti su materiali che circondano il mio vivere quotidiano: tracce, sedimentazioni di ruggine, parti di tele precedentemente trattate su altri lavori, una sorta di fili conduttori materialmente intendibili, vernici acriliche per la tintura di pareti; e ancora azioni di acqua e di fuoco come elementi dinamici di naturale bellezza ed interventi di riordino e di equilibrio in composizioni così inevitabilmente originali ed irripetibili.

Sono tele, volutamente concepite in questo formato, perché le considero individui con i quali ho relazionato la mia esistenza, la mia vita e alle quali ho mostrato il mio sentimento.
Si presentano così come “individui tra gli altri individui”, una sorta di tentativo di “umanizzazione della pittura”. Essa si presenta agli occhi dell’individuo che osserva, affinché susciti in lui quell’innesco di curiosità come quando realmente si tenta di conoscere una persona che si incontra per la prima volta, guardandosi bene dai pregiudizi. Prima di tentare di comprendere l’artista è necessario comprendere la tela e per fare questo necessariamente è importante conoscere se stessi. Ecco perché offro più che delle rappresentazioni certe, delle presentazioni fatte di tracce più che di forme. Le tele sono costituite non da un unico centro ma da più centri di condensazione, per immergersi in una lettura più profonda su possibili direzioni. Non un unico equilibrio, ma una somma di equilibri: una visione dilatata in ampiezza e allo stesso tempo concentrata sui particolari condensati.